Socialisti o “né carne né pesce”
Pier Luigi Bersani ha risposto a Eugenio Scalfari, che traendo spunto da un articolo del Foglio in cui si illustrava il progetto elaborato da un gruppo di democratici (Matteo Orfini, Stefano Fassina, Andrea Orlando) per puntare a un ricongiungimento del partito con il socialismo europeo, gli aveva intimato buffamente di smentire questa prospettiva.

Pier Luigi Bersani ha risposto a Eugenio Scalfari, che traendo spunto da un articolo del Foglio in cui si illustrava il progetto elaborato da un gruppo di democratici (Matteo Orfini, Stefano Fassina, Andrea Orlando) per puntare a un ricongiungimento del partito con il socialismo europeo, gli aveva intimato buffamente di smentire questa prospettiva. Bersani in realtà non ha smentito nulla, ha anzi sottolineato il valore di un lavoro in comune “in particolare con la Spd di Gabriel e con François Hollande” per contrastare quella che chiama la “sbornia liberista” della destra europea. Solo sul piano organizzativo ripete stancamente la tesi da mosca cocchiera secondo cui è il socialismo europeo a doversi fondere in una sorta di Partito democratico continentale e non viceversa, ma con due avvertenze che in sostanza ridimensionano l’assunto. Fosse diventato un partito nuovo, all’americana, il Pd potrebbe navigare da solo. Ma non ebbe il coraggio di provarci. E dunque.
Se le parole hanno un senso, la prospettiva oggettiva spinge il Pd a ricongiungersi con la famiglia socialista europea. Bersani, però, chissà perché, non pare intenzionato a intestarsi la battaglia politica necessaria per portare questo processo alla sua conclusione naturale. Eppure è ormai evidente che la dimensione europea è quella decisiva anche per le politiche nazionali, che altrimenti debbono limitarsi a subire le scelte continentali senza poter partecipare efficacemente alla loro elaborazione. Il socialismo europeo rappresenta un polo della dialettica politica continentale che è l’unico antidoto alla prevalenza della tecnocrazia e della finanza. Se le forze conservatrici europee, come dice lo stesso Bersani, “hanno mostrato di saper ampliare le loro relazioni politiche”, è evidente che serve un’eguale capacità di espansione di quelle che si considerano progressiste, specie quelle in grado di confrontarsi realisticamente con la crisi e che, dopo il naufragio dell’illusionismo zapateriano in Spagna e del socialismo dinastico dei Papandreou in Grecia, appaiono titolate a farlo. L’idea di Bersani, quella del “si fa ma non si dice”, che consiste nel costruire una prospettiva comune con Spd e Ps francese, persino di impegnarsi al sostegno del candidato socialista in Francia, senza rendere però quell’ancoraggio un elemento strutturale e permanente nella vita del suo partito, non è solo espressione di cautela, è anche controproducente. Un esplicito e impegnativo collegamento internazionale serve in primo luogo al Partito democratico, alla sua identità e alla sua funzione baricentrica di un polo competitivo in Italia come il Pse lo è in Europa. Il segretario di un partito per quanto “plurale” ha il compito di portare la nave in porto, anche a rischio di perdere qualche elemento della ciurma.
Se le parole hanno un senso, la prospettiva oggettiva spinge il Pd a ricongiungersi con la famiglia socialista europea. Bersani, però, chissà perché, non pare intenzionato a intestarsi la battaglia politica necessaria per portare questo processo alla sua conclusione naturale. Eppure è ormai evidente che la dimensione europea è quella decisiva anche per le politiche nazionali, che altrimenti debbono limitarsi a subire le scelte continentali senza poter partecipare efficacemente alla loro elaborazione. Il socialismo europeo rappresenta un polo della dialettica politica continentale che è l’unico antidoto alla prevalenza della tecnocrazia e della finanza. Se le forze conservatrici europee, come dice lo stesso Bersani, “hanno mostrato di saper ampliare le loro relazioni politiche”, è evidente che serve un’eguale capacità di espansione di quelle che si considerano progressiste, specie quelle in grado di confrontarsi realisticamente con la crisi e che, dopo il naufragio dell’illusionismo zapateriano in Spagna e del socialismo dinastico dei Papandreou in Grecia, appaiono titolate a farlo. L’idea di Bersani, quella del “si fa ma non si dice”, che consiste nel costruire una prospettiva comune con Spd e Ps francese, persino di impegnarsi al sostegno del candidato socialista in Francia, senza rendere però quell’ancoraggio un elemento strutturale e permanente nella vita del suo partito, non è solo espressione di cautela, è anche controproducente. Un esplicito e impegnativo collegamento internazionale serve in primo luogo al Partito democratico, alla sua identità e alla sua funzione baricentrica di un polo competitivo in Italia come il Pse lo è in Europa. Il segretario di un partito per quanto “plurale” ha il compito di portare la nave in porto, anche a rischio di perdere qualche elemento della ciurma.